Coinvolgimento e cinismo

sdz-03-upSono scosso. Ho sentito degli attentati al traguardo della maratona di Boston. Io di maratone ne ho fatte sei. E sono sempre arrivato lento, con un passo simile a quello che ho visto tenere ai maratoneti dei filmati negli istanti dello scoppio. Tre morti. Vista la folla che c’è normalmente in queste occasioni, la cifra poteva essere molto peggiore. In rete si riflette sul valore emotivo di questi morti. Sono “solo” tre, ma pesano più di trenta morti in Siria. E’ vero, ci colpiscono molto di più. Ma forse non è sdz-seeds02cinismo, né ipocrisia. Non è razzismo strisciante, quello che ci porta a identificarci più facilmente con le vittime occidentali. E’ qualcosa di istintivo. Quando la paura si è fissata nei nostri comportamenti innati, era essenziale selezionare tra paure campate in aria e paure legate a pericoli imminenti. E quindi, da qualche parte nel nostro cervello, c’è un meccanismo che seleziona i pericoli. Ci fa identificare con il nostro coetaneo che muore in un incidente stradale nel nostro quartiere. Mentre non ci toccano le centinaia di morti in una remota inondazione in Bangladesh. Non è freddezza, non è calcolo. E’ un riflesso del nostro istinto di conservazione. Poi sta a noi, alla nostra cultura, alla nostra coscienza, fare quel passo in più per allontanarci dai nostri progenitori fatti solo di istinto.sdz-03-dn

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La giusta distanza

sdz-03-upSolo stando alla giusta distanza dalla costa, puoi vedere una città di mare. Lo diceva, con altre parole, una canzone di qualche tempo fa. Ma questo esercizio grandangolare è solo l’ennesima illusione. Se non cogli gli odori, se non senti i rumori, se non cammini nelle vie guardando nei portoni e nelle vetrine, cosa puoi capire di quel posto? Qualche anno fa ho visto un bel film italiano, anzi veneto, che aveva proprio questo titolo. La giusta distanza. Era la storia di un ragazzo che voleva diventare giornalista e ilsdz-seeds02 racconto del suo coinvolgimento con i fatti di cui scrive. Non parlo di cinema. Rifletto invece su quale è giusto che sia la misura di chi mette i suoi pensieri in rete. Non ho paura a dire cosa penso, ma confesso che cominciano a seccarmi i commenti detti e lasciati filtrare. Colleghi che insinuano “Che bello il tuo blog, chissà quanto tempo ti chiede?” (Mille caratteri compresi gli spazi? Poco). O di familiari che riconoscono questo o quell’altro in una mia riflessione e sentenziano “Ma guarda che non è mica così, perché l’hai glorificato?” (Parlare di un fatto non è giudicare una persona: cosa c’era di inesatto?). Quando parlo di politica o faccio qualche battuta sui tic o sull’onestà mi sento dire “Ma non ti esponi troppo a scriverne per nome?” (No, se dico la verità). In un mondo di cauti furbi, io sono campione di cautela. Di furbizia meno. Ma sto maturando l’idea che la giusta distanza dai fatti di cui parlo sia la minore possibile. I filtri distorcono senza proteggere.sdz-03-dn

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