Chiedere scusa

sdz-03-upLi ricordate i tifosi del Feyenord? Quelli che prendendo come pretesto una partita in coppa contro la Roma sono andati in giro come bestie per la città cercando risse, pisciando sui muri e (ciliegina sulla torta) rovinando a bottigliate la fontana di Piazza di Spagna?
In Olanda sta per chiudersi il processo. E allora, dal giornale radio, vengo a sapere che ci sono state delle conseguenze ancora prima della sentenza. Uno di loro era un poliziotto che, una volta conosciuti i fatti, è stato immediatamente licenziato.
Stupisce, in una vicenda così brutta, sentire che gli olandesi dicono di essersi vergognati per i loro connazionali. Sono convinto che al loro posto, noi italiani, avremmo più comodamente detto “Sono ultras” invece di sono italiani. Avremmo detto “Certo: i tifosi di quella o quell’altra città sono sempre stati bestie”. Prendendo le distanze dalla loro categoria e dalle loro colpe. Invece gli olandesi dicono, alla stampa italiana, che si sono vergognati.
Ma non basta: il poliziotto licenziato, ai microfoni chiede scusa e dice “Lasdz-seeds02nciando quella bottiglia ho gettato anche il mio lavoro”. Non recrimina, non cerca attenuanti o scusanti sociali. Non incolpa il branco o il sistema. Non chiede il reintegro nel posto di lavoro ma chiede scusa ai colleghi per avere indirettamente infangato l’onore della categoria. Io non so come andrà il processo, ma penso che dobbiamo riflettere su questo modo maturo di affrontare i propri errori.sdz-03-dn

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Tutti controllori

sdz-03-upQualche anno fa circolava su internet una specie di storiella illustrata. Raccontava con ironia un po’ demagogica del modello direzionale italiano. Su una canoa c’era un equipaggiosdz-seeds02 di dieci uomini. Un solo capovoga che scandiva il tempo e nove vogatori. Non ottenendo risultati soddisfacenti veniva via via deciso di aumentar il numero di quelli che impugnavano il megafono, a discapito di quelli che impugnavano il remo. La costruzione era gradevole. Pur di fronte a una sequenza di decisioni palesemente sbagliate, il divertimento stava nella scoperta di come i dirigenti avrebbero giustificato la prossima scelta assurda. Come è intuibile alla fine l’equipaggio diventa di un solo vogatore incitato da nove capi con il megafono. E la colpa dei risultati calanti è naturalmente del rematore. Questa storia grottesca mi ricorda da vicino la politica italiana. Tutta la politica: eletti ed elettori. Tutti abbiamo in mano la ricetta. Tutti sappiamo come devono comportarsi gli altri. Tutti invochiamo l’eliminazione dei privilegi altrui, giustificando i nostri. Nessuno di noi sa più usare la prima persona plurale quando si parla di futuro. Rivoglio i “Faremo”.sdz-03-dn

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No, no e poi no

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Crescendo, Chiara ha imparato a parlare, a camminare, a farsi capire bene. Poi improvvisamente, verso i due anni, è arrivata una grande novità.
“No!” Una parola così, facile. Un monosillabo. “No!”. La pronunciava e, stupita, osservava le reazioni. sdz-seeds02Studiava le conseguenze. Gustava, con occhi da predatore, l’effetto che poteva ottenere con quella semplice parola. “No!”, ripeteva. Dicono sia normale verso i due anni, ma per i genitori è sempre un duro impatto. Ti obbliga a considerare che quell’esserino che hai di fronte non è una tua propaggine. E’ una persona in carne ed ossa che può anche vederla in modo diverso da te. Un neonato gruppo politico ha ottenuto un successo inaspettato. Troppa grazia. E adesso si trova di fronte a un imbarazzo di fondo. Allearsi con chi (ai loro occhi sbalorditi) è il meno peggio oppure continuare a fare i puri, perdendo l’occasione di portare a casa qualche punto del programma? Per ora la risposta è “No!”.
Lo stesso “No!” misto di stupore e di voglia di sperimentare che ascoltavo in Chiara. Chiara nel frattempo è cresciuta. Fra qualche anno mi rivolgerà altri “No!”, più ostili, più cupi. Ma per il momento mi auguro che impari, come altri, a valutare e dire i suoi “No” i suoi “Sì” e i suoi “Dipende”.
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